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Professione giornalista

Il disegno di legge-truffa riprende il suo iter al Senato

Equo compenso, una legge contro la Costituzione?

Solo i giornalisti iscritti all'albo professionale avrebbero diritto a un equo compenso (sulla carta e con molti problemi di applicazione). Ma in Italia l'informazione è fatta anche da ventimila precari senza albo e senza tutele.

07.11.12

Rimbalza su Facebook un commento a firma di Maurizio Bekar e Dario Fidora sul disegno di legge S3233, che fa finta di introdurre l'equo compenso per i giornalisti precari. I due autori presentano le diverse versioni del testo che sortirebbero dall'approvazione di opposti emendamenti  Una lettura interessante, perché aiuta a capire come il potere non abbia altra missione che conservare se stesso e reprimere ogni voce che possa metterlo in discussione.

In breve: il disegno di legge "equo compenso" ha lo stesso fine del "salva Sallusti". Una finzione, un imbroglio. Si dice di voler difendere la libertà dell'informazione e invece si introducono norme ancora più liberticide. Possibile che nessuno si accorga del limite chiaramente indicato dall'art. 1?

1. In attuazione dell’articolo 36, primo comma, della Costituzione, la presente legge è finalizzata a promuovere l’equità retributiva dei giornalisti iscritti all’albo di cui all’articolo 27 della legge 3 febbraio 1963, n. 69, e successive modificazioni, titolari di un rapporto di lavoro non subordinato in quotidiani e periodici, anche telematici, nelle agenzie di stampa e nelle emittenti radiotelevisive.

"Giornalisti iscritti all'albo": solo a questi si applicherebbero le norme sull'equo compenso. Ma in Italia, secondo il rapporto dell'Osservatorio permanente sul precariato dell'Ordine dei giornalisti, ci sono "20 mila giovani che lavorano e svolgono informazione senza essere disciplinati e tutelati". Per costoro la legge sull'equo compenso non vale. Potranno ancora essere pagati due euro a "pezzo" senza che nessuno batta ciglio.

Il risultato finale potrebbe essere l'opposto di quello che oggi sperano i giornalisti freelance iscritti all'albo. Gli editori smetterebbero di farli lavorare, preferendo i non iscritti, per i quali nessuna legge prevederebbe un equo compenso.
Per gli altri, quelli "regolari", non dovrebbe servire una legge, se l'Ordine facesse quello che fanno i veri ordini professionali: tutelare la dignità e la professionalità dei suoi iscritti. O se lo facesse il sindacato.

Si aggiunga che la sanzione per gli editori che non applicassero l'equo compenso consisterebbe nella mancata erogazione delle "provvidenze". Facile aggirare il problema, facendo lavorare qualche iscritto all'albo e una quantità di "irregolari". Senza considerare che le provvidenze sono in via di estinzione e con loro il castigo previsto dal DDL.

Per tutti, iscritti e non iscritti all'albo, si dovrebbe veramente applicare l'articolo 36 della Costituzione, in combinato disposto con l'articolo 3: cioè una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa e, poiché fa lo stesso lavoro, uguale a quella di un giornalista subordinato. Perché Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Il testo in discussione al Senato non tiene conto dell'articolo 3 e tutela (con meccanismi che possono vanificarne lo scopo) solo una parte dei cittadini che, facendo lo stesso lavoro di giornalista, dovrebbero essere uguali davanti alla legge. Conclusione: dal disegno di legge S3233 emana anche un vago olezzo di incostituzionalità.

Vedi anche:
(Giornalista): una professione tra parentesi
- 30.10.09
I (giornalisti) precari presi in giro due volte
- 30.01.12
La non-riforma e le illusioni dei pubblicisti
- 30.07.12

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