Manlio Cammarata repoprter Manlio Cammarata reporter - Archivio 2006-2013
Home Curriculum Blog Mappa del sito E-mail Storico

Professione giornalista

Falsi argomenti per far sopravvivere la vecchia corporazione

Riformare la professione, abolire l'albo "immorale"

Così Luigi Einaudi definiva l'albo dei giornalisti in discussione nel 1945. Ma l'albo, anzi l'Ordine, è stato fatto. Ora qualcuno vorrebbe "liberalizzarlo" al contrario, con l'abolizione dei pubblicisti e un accesso ancora più limitato.

11.01.12

Conto alla rovescia per la liberalizzazione degli ordini professionali in Italia. La notizia dell'ultima ora è che le prime disposizioni potrebbero arrivare per il prossimo 20 gennaio. In ogni caso, entro il 13 agosto di quest'anno il Governo dovrà emanare nuove regole, coerenti con le direttive europee sulle prestazioni di servizi (in particolare la 2006/123/CE) e con i principi stabiliti dall'art. 3, comma 5, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138.
Lo stesso decreto prevede che, ove il Governo non provveda nel termine indicato, le disposizioni in contrasto con i suddetti principi siano automaticamente abrogate.

Alla parola "liberalizzazione" le corporazioni mettono mano alle proteste e alle minacce. I più feroci sembrano tassisti e farmacisti, ma anche gli altri non scherzano. Fra i tanti ci sono i giornalisti, o almeno una parte significativa della categoria. Iscritti a una corporazione che non ha nessuna intenzione di cedere neanche un pezzetto dei suoi presunti privilegi. Che alla fine dei conti consistono soprattutto nella vicinanza col potere e nell'essere una casta esclusiva, in grado di tenere fuori i non allineati, quelli che pensano con la propria testa, i rompiscatole.

Una casta sempre più scassata, anche per le difficoltà dell'editoria. Ma che vorrebbe approfittare dell'occasione di un'inevitabile riforma per cercare di chiudersi in un fortilizio sempre più esclusivo.
Circola infatti una proposta con questi capisaldi: a) l'attuale esame di idoneità professionale diventa "esame di Stato" (oggi non lo è, ma si cerca di spacciarlo già come tale); b) all'esame si accede solo con la laurea triennale specifica; c) i pubblicisti sono aboliti.

Autore della proposta appare il solito Franco Abruzzo, ex presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia. Che da anni sostiene la tesi di una presunta "richiesta" dell'Unione europea, volta non solo a perpetuare la corporazione, ma addirittura a renderne più rigide le regole di accesso. Abruzzo sostiene anche che l'Ordine dei giornalisti è previsto dalla Costituzione. Ambedue le proposizioni sono false. Vediamo perché.

L'Unione europea impone l'apertura delle professioni regolamentate. Non solo per facilitare il lavoro intracomunitario dei professionisti, ma anche per liberalizzarle e renderne più aperto l'accesso. Esattamente il contrario di quanto si legge nella proposta in questione.
Nella normativa dell'Unione, in particolare nelle numerose direttive che si occupano dei servizi e del libero mercato, mai si accenna alla professione di giornalista come regolamentata o da regolamentare. In particolare nella 2005/36/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 7 settembre 2005 "relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali". 

Oggi in Italia ci sono due strade per avere la tessera di giornalista. La prima è essere assunto come praticante da un editore. Ma in questi anni gli editori non assumono, licenziano. Molte testate chiudono o sono sull'orlo della chiusura. L'altra strada è la frequenza, a caro prezzo, di un corso riconosciuto da un ordine regionale: una costosissima fabbrica di disoccupati.

La difficoltà di accesso è la causa principale del dilagare del precariato. Un precariato miserabile, con compensi vergognosi, che non può favorire la crescita della professionalità. Se i giornali perdono lettori, è anche per la qualità sempre più scadente dei contenuti. Le eccezioni sono poche.

La barriera del praticantato, o del corso di formazione per accedere all'esame di idoneità, è inutile. In Italia, come in tutto il mondo, è l'editore che sceglie il giornalista. Solo lui decide chi è giornalista e chi non lo è. A volte sceglie quello più bravo (succede sempre più di rado), sempre più spesso quello che costa meno.

Nei Paesi dell'Unione europea ci sono diversi ordinamenti, nessuno dei quali è paragonabile alla nostra corporazione di origine fascista (qui una rassegna di Paolo Bracalini sulla base di una ricerca dell'Istituto Bruno Leoni). Negli USA la stessa idea di una selezione di stato per le attività di manifestazione del pensiero è inconcepibile. E comunque vietata dal Primo Emendamento della Costituzione. 

A proposito di fascismo, il solito Abruzzo sostiene che non è vero che l'Ordine è stato istituito dal Duce. Non servono tante disquisizioni per confutare questa affermazione. Basta confrontare le norme (vedi Da Mussolini alla democrazia è cambiato qualcosa?).

Andiamo avanti. La seconda falsa affermazione di Abruzzo è che l'Ordine dei giornalisti sarebbe previsto dalla Costituzione. Da quale articolo? Il fatto strano è che lo stesso Abruzzo qualche anno fa chiedeva che i giornalisti fossero inseriti nella Carta fondamentale (vedi Giornalisti nella Costituzione e accesso soltanto via università). Ora  cita l'art. 33: "È prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale".

Il trucco è fondato su un'inversione logica. La norma costituzionale dice che alle professioni regolamentate si accede con l'esame di stato. Abruzzo afferma che la prova di idoneità prevista dalla legge 69/63 sull'ordinamento professionale è un esame di stato. E ne deduce che quella di giornalista è una professione regolamentata.
Invece la legge contempla per i giornalisti solo una "prova di idoneità professionale", mentre per le altre professioni le norme parlano esplicitamente di "esame di stato".

E' quindi evidente che per il legislatore italiano la professione giornalistica non è soggetta all'esame di stato che la Costituzione impone per altre. Come nel resto del mondo, dove l'accesso a molte professioni è in qualche modo sotto il controllo pubblico. Ma non quella di giornalista.

L'ultimo punto da commentare è la proposta di abolizione dei pubblicisti. Ma una buona metà dell'informazione in Italia è realizzata da pubblicisti e precari a vario titolo! Se andiamo avanti così, se passasse una proposta di questo segno, tra qualche anno i giornalisti iscritti all'albo sarebbero meno dei notai. Per i quali, en passant, la selezione deve continuare a essere più che rigorosa. Perché se un giornalista scrive una sciocchezza, c'è sempre la possibilità di smentirlo. Se un notaio non applica scrupolosamente la legge o non svolge con la dovuta diligenza le verifiche che gli sono imposte, le conseguenze per il cittadino-cliente possono essere drammatiche.

Infine ci sarebbero da riprendere le considerazioni sui rapporti tra l'esistenza di un accesso limitato alla professione e la libertà di espressione garantita dall'art. 21 della Costituzione. Ma sulla questione bastano le parole di Luigi Einaudi, che risalgono al 1945, quando si discuteva se mantenere in qualche modo l'albo istituito dal fascismo:

«L’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero. Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti».

Per intervenire su questo argomento scrivi a

Top   Indice della sezione   Home

© Manlio Cammarata 2012

Informazioni di legge