Manlio Cammarata repoprter Manlio Cammarata reporter - Archivio 2006-2013

Televisione

Politica, processi, campagna elettorale e servizio pubblico

Dalla par condicio alla "confusione ontologica"

Regolamenti e "chiarimenti interpretativi" dovrebbero garantire la neutralità del servizio pubblico radiotelevisivo, non solo nei periodi di campagna elettorale. Ma lo squilibrio dell'informazione è evidente: lo dicono i numeri.

14 aprile 2011

Tempi duri per i conduttori. A un mese dalle elezioni amministrative siamo in regime di par condicio. Dettate, per la Rai, dal complicato regolamento della Commissione di vigilanza. Quindi nessuna presenza "ingiustificata" dei politici sugli schermi, pesati con la bilancia del farmacista gli ospiti nei programmi di approfondimento. E massima attenzione a quello che dicono i non politici negli altri programmi, casomai fossero così imprudenti da parlare di politica.

Il provvedimento della Commissione non contiene novità di rilievo, né le disposizioni che l'anno scorso aveva portato alla chiusa delle trasmissioni di approfondimento nel periodo della campagna elettorale. Il presidente Sergio Zavoli è riuscito a neutralizzare le proposte del senatore Alessio Butti, che avrebbero avuto effetti ancora peggiori di quelle del 2010. Bene. Anzi, meno male.

Ma un regolamento pre-elettorale non basta a rendere politicamente neutrale il servizio pubblico. Il presidente del Consiglio, anche per la sua condizione di imputato in diversi processi penali, dilaga sugli schermi. Tutte le rilevazioni indicano che nell'informazione televisiva la presenza del partito di maggioranza prevale di larga misura su quella dei partiti di opposizione.

L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni registra la situazione (si veda il rapporto relativo al periodo 1. gennaio - 31 marzo 2011). E impone a TG1, TG4 e Studio aperto di riequilibrare immediatamente il tempo dedicato alla maggioranza e all’opposizione, "evitando altresì la sproporzione della presenza del Governo, specie in relazione alla campagna elettorale d’imminente inizio". Vedremo con quali risultati.

Ma nel mondo di oggi la politica è spettacolo, è televisione. E la televisione è politica. I comizi si tengono più negli studi televisivi che nelle piazze. E quando si tengono nelle piazze, sono fatti per la televisione (come si vede dalle recenti gazzarre organizzate davanti al Tribunale di Milano).
Proprio da questi fatti si può capire come funziona una perfetta strategia di comunicazione politica.

In un paese democratico un capo di governo è processato per gravi reati. E' in carica, non si è dimesso, come accadrebbe altrove. L'interesse mediatico è grande, anche all'estero. Il Tribunale decide di escludere le telecamere dall'aula. I cronisti protestano. Però la decisione è opportuna, anche perché serve a evitare che l'aula giudiziaria si trasformi in un set e che l'attore principale se ne serva per la sua strategia di comunicazione.

Detto fatto, il set si sposta sulla strada. E qui il primo attore riprende il suo ruolo, fa il suo comizio, il pubblico organizzato applaude. Le televisioni trasmettono il tutto: è notizia. Ma quando questa notizia straripa nei telegiornali della Rai, diventa politica. E contribuisce allo squilibrio dell'informazione. Si aggiunge alla diffusione dei videomessaggi prefabbricati che lo stesso primo attore si fa confezionare su misura.

L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni sembra accorgersene solo ora. E l'altro ieri, 12 aprile 2011, diffonde i suoi Chiarimenti interpretativi sulla diffusione di “videomessaggi” nei programmi di informazione, che consentono la diffusione di videomessaggi nei telegiornali "solo in casi eccezionali di rilevante interesse pubblico e nel rispetto di modalità tali da non incidere sul pluralismo dell'informazione".

Osserva l'AGCOM: "Di norma, la diffusione di 'videomessaggi" di soggetti politici e istituzionali nel corso di telegiornali e programmi di informazione non dovrebbe essere ammessa come forma abituale di comunicazione, stante il rischio di incidere sui canoni di parità di trattamento tra tutti i soggetti politici ed istituzionali su cui si fonda il principio del pluralismo politico in televisione". Ciò premesso, ecco sei regole da rispettare:

a) I videomessaggi possono essere trasmessi nel corso dei telegiornali solo in via eccezionale e laddove strettamente connessi con l’attualità della cronaca, rispondendo a primarie esigenze informative di rilevante interesse pubblico.
b) I videomessaggi – qualora rivestano una durata particolarmente lunga, comunque superiore a tre minuti - non possono essere trasmessi nella loro integralità nel corso del telegiornale e non possono essere trasmessi in tutte le edizioni giornaliere del medesimo telegiornale.
c) I videomessaggi non possono essere riproposti nei telegiornali dopo 48 ore dal verificarsi dell’evento.
d) Di norma, la diffusione del videomessaggio nel telegiornale deve essere accompagnata da commenti di altri soggetti onde assicurare un confronto dialettico al fine della libera e consapevole formazione delle opinioni degli ascoltatori.
e) Allo stesso fine di cui alla lettera d), la diffusione di videomessaggi nei programmi di approfondimento informativo deve sempre avvenire nell’ambito di un confronto dialettico.
f) Nel corso della campagne elettorali non possono essere trasmessi videomessaggi all’interno dei telegiornali e dei programmi di informazione, al fine di evitare confusione ontologica con i messaggi politici autogestiti così come disciplinati dalla legge n. 28 del 2000 e dai relativi regolamenti attuativi.

"Confusione ontologica": l'Autorità vola alto. A noi che viviamo terra-terra sembra che i "chiarimenti" riguardino in sostanza l'uso privato della televisione pubblica da parte del Presidente del consiglio (ma non solo: ricordate, qualche tempo fa, il videomessaggio di Gianfranco Fini?). Ma non tutto è chiaro e sorge qualche dubbio: le trasmissioni delle telefonate fatte da un uomo politico ai suoi sostenitori, corredate da video di repertorio, sono videomessaggi? E come la mettiamo con le telefonate alle trasmissioni in diretta? Sono o non sono paragonabili ai videomessaggi?

Sì, la confusione è grande. E' ontologica prima ancora che ermeneutica. Forse epistemologica o addirittura gnoseologica. Con il rischio di incorrere in aporie. Una supercazzola prematurata con scappellamento a sinistra. O a destra?
Come se fosse antani.

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