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Televisione

L'anomalia è anche un comizio a telegiornali unificati

Invasione di campo. E l'arbitro chiede spiegazioni 

Interviste (si fa per dire) in serie al Presidente del consiglio, in aperta violazione delle norme per l'informazione nei periodi di campagna elettorale. Riparazioni che non riparano, sanzioni inefficaci. Servono regole nuove.

23.05.11

Nella settimana appena trascorsa sono stati scritti altri due capitoli significativi della lunga storia dell'anomalia italiana: giovedì 19 ad Annozero, con Al Gore che parla della chiusura del suo canale televisivo Current da parte di Sky Italia; venerdì 20 l'invasione di campo del Presidente del consiglio a TG unificati, in piena campagna elettorale.

Il clamore sollevato dal secondo episodio ha subito spento l'interesse verso il primo, che invece merita grande attenzione. Ne parliamo qui.
In questa pagina invece ci occupiamo della clamorosa violazione delle regole della cosiddetta par condicio, compiuta dai telegiornali controllati direttamente o indirettamente dal capo del governo.

Nei fatti non c'è niente di nuovo. Cinque telegiornali su otto, nell'insieme i più seguiti, oltre al GR della Rai, hanno ospitato con grande rilievo le cosiddette "interviste" al primo candidato alle elezioni comunali di Milano, a dieci giorni dal ballottaggio. "Cosiddette", perché dell'intervista non hanno nulla: il giornalista fa esattamente le domande che servono all'intervistato per fare il suo comizio. Lasciamo stare i contenuti e i toni, che qui non ci interessano.

Solo TG3, RaiNews e TG La7 hanno rinunciato allo "scoop". Su quelli che si sono piegati agli ordini, e soprattutto sul solito TG1 del solito Minzolini, si è scatenata la tempesta. Ha protestato l'opposizione, come da copione. E' intervenuto il presidente della Rai Paolo Garimberti: "Un conto è dare una notizia - ha detto Garimberti - e il primo commento del Presidente del consiglio ai risultati delle amministrative certamente lo era. Altro discorso è consentire che questa notizia diventi poi una sorta di comizio, per giunta senza un'adeguata compensazione con opinioni di altri candidati. Questo - ed è ben noto - nessun giornalista dovrebbe mai permetterlo, meno che mai i giornalisti del servizio pubblico che devono sempre avere chiara la missione fondamentale che è affidata loro: informare e dare al cittadino la possibilità di avere un panorama completo delle opinioni".

Fine della reprimenda. Effetti: nessuno. Il fatto è che ai direttori del servizio pubblico queste cose andrebbero ricordate prima. Con l'avviso che chi sgarra viene sospeso immediatamente e quindi, se del caso, licenziato. Ma la legge sulla par condicio non lo prevede. Nei fatti si rivela più dannosa che utile.

Per ritornare alla cronaca, non si è registrata alcuna presa di posizione da parte del nuovo direttore generale Lorenza Lei. Ma, secondo indiscrezioni, sarebbe "furente". Staremo a vedere.
Chi invece sembra non aver capito bene è l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l'organo incaricato della sorveglianza sul rispetto delle regole: ha chiesto "spiegazioni".

Il punto è che la legge sulla cosiddetta par condicio non funziona e non può funzionare. Deve essere abolita e sostituita da un insieme di regole che: a) stabiliscano criteri di neutralità dell'informazione televisiva pubblica, anche al di fuori dei periodi di campagna elettorale e b) prevedano procedure rapide e sanzioni efficaci, dissuasive.
Oggi l'imposizione tardiva di interventi riparatori non ripara nulla e le multe lasciano il tempo che trovano. La sanzione più pesante, che consiste nella sospensione della licenza dell'emittente, è di fatto inapplicabile.

I direttori responsabili delle testate devono essere "responsabili" di quello che va in onda. E devono pagare violazioni pesanti come quelle che abbiamo visto. Anche con la poltrona.
Naturalmente le regole devono essere scritte in modo tale che le sanzioni siano applicabili senza incertezze, in modo di evitare lunghe cause davanti ai giudici del lavoro, con esiti imprevedibili.

Può sembrare semplice: regole certe, sanzioni efficaci. Ma questo può succedere solo in un contesto di piena legalità, con un Parlamento che possa legiferare senza il condizionamento del conflitto di interessi del capo della maggioranza e con un'Autorità di reale indipendenza. E, soprattutto, con una quadro normativo generale ben diverso dalla "legge Gasparri" oggi in vigore.
Un contesto che oggi non esiste. E' sempre l'anomalia italiana, che continua negli anni. 

Tra una settimana, con l'esito del ballottaggio a Milano, potremo capire se qualcosa si è inceppato nella macchina del consenso: sembra che non funzioni più come una volta. Ma in ogni caso la fine dell'anomalia non è imminente.

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