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Televisione

Cancellate le trasmissioni di approfondimento della Rai

Censura. "Più in basso di così non si può andare"

Lo ha detto Giovanni Floris chiuso fuori dalla porta di Ballarò. Perché in periodo di elezioni non si può discutere di politica. Spenti anche Porta a Porta, Annozero e L'ultima parola. Gli altri devono stare molto attenti...

3 marzo 2009

"Ora che tutte le principali trasmissioni giornalistiche sono chiuse, c’è ancora qualcuno che nega l’evidenza della censura?" chiedeva ieri Gad Lerner nel suo blog. Domanda non peregrina, perché la cancellazione per un mese dei programmi di approfondimento giornalistico della Rai è un bavaglio senza precedenti in un paese che si dice democratico.
Chi ha avuto la pazienza di seguire queste pagine negli ultimi mesi, sa che sono stato molto prudente nell'usare la parola "censura". Perché la censura è una cosa molto seria. In Italia, fino a due giorni fa, si poteva lamentare una forte compressione del "diritto di essere informati", ed era giusto protestare contro questo o quel bavaglio. Ma nessuno aveva ancora soppresso formalmente la quasi totalità degli spazi dell'informazione televisiva non omologata, non ossequiosa del potere.
Per far tacere Santoro e Floris hanno dovuto spegnere anche Vespa e Paragone. Ma non c'è da gioire per questa "par condicio" in negativo. In fondo, anche Porta a porta e L'ultima parola sono trasmissioni che inducono a pensare, pur essendo in modo più o meno esplicito allineate alla linea della maggioranza e del governo.

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Dunque è censura. Tanto più desolante se si riprende la nota del CDA della Rai, emessa il 16 febbraio dopo il regolamento della Commissione di vigilanza. Il Consiglio, si leggeva, «ha discusso oggi dell'applicazione del regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza in ottemperanza della legge sulla "par condicio" ed ha sottolineato come l'Azienda non possa in alcun modo interpretare le norme ma possa esclusivamente applicarle, come sta facendo e continuerà a fare. Il Consiglio di Amministrazione ha ribadito quindi che il regolamento incide negativamente sui palinsesti della concessionaria di Servizio Pubblico e rischia di creare una disparità tra l'informazione Rai e quella delle emittenti televisive private».

Poi lo stesso consiglio che fa? Dice che il regolamento non si può applicare. E allora va oltre il "diktat di San Macuto". Invece di dettare regole di equilibrio e di prudenza, con il voto contrario del suo presidente, senza tener conto delle critiche espresse persino dal presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, imbavaglia, cancella. Censura, appunto. Tutti zitti per non disturbare il grande manovratore. La cui strategia è evidente: non ci deve essere una sola voce stonata nel coro dell'informazione unificata.

Non ci deve essere neanche nel piccolo spazio di informazione che appare estraneo all'anomalo monoduopolio. Perché non sembra casuale che l'altro ieri sia stata soppresso anche L'infedele, il programma di Gad Lerner su La7. Doveva occuparsi dell'ennesimo scandalo, quello miliardario del "riciclaggio telefonico". Ma non era il caso di "turbare in alcun modo le delicate indagini giudiziarie in corso e le eventuali misure cautelari al vaglio delle competenti Autorità Giudiziarie in relazione alla vicenda della società Telecom Italia Sparkle S.p.A", come ha precisato la stessa Telecom Italia, proprietaria dell'emittente. Non era mai accaduto prima. Lerner era sempre stato libero di parlare anche del suo datore di lavoro, quando la cronaca lo imponeva. E' chiaro che qualcosa è cambiato.

Da tre giorni, davanti all'ottanta per cento degli italiani che si informano solo attraverso la televisione, possono parlare solo i politici e l'informazione "istituzionale". Quella che, riferendo della sentenza della Cassazione nel processo Mills-Berlusconi, ha mentito trasformando la prescrizione in assoluzione. In modo che allo spettatore - privato della possibilità di confrontare diverse opinioni - appaia ovvio che, se è stato assolto il presunto corrotto, sia assolto anche il presunto corruttore. Così ha fatto capire il TG1, il notiziario più seguito della televisione pubblica.

Ora la parola passa ai giudici amministrativi, che devono decidere sul ricorso contro il regolamento dell'AGCOM per le emittenti private, inevitabile fotocopia di quello della Commissione di vigilanza per il servizio pubblico. E' possibile che il testo dell'Autorità sia bocciato, costringendo a un ripensamento il CDA della Rai. Vincerà l'articolo 21 o vincerà la censura?

Ieri sera, durante la manifestazione in via Teulada, fuori dello studio in cui sarebbe dovuto andare in onda Ballarò, Giovanni Floris ha detto: "Io sono convinto che sia il passaggio finale, più in basso di così non si può andare".
Speriamo che abbia ragione. Ma in questo momento essere ottimisti è molto difficile.

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