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Sistema informazione

Il mondo dell'informazione dieci anni dopo l'11 settembre

La guerra mediatica che non riusciamo a vincere

Quando il secondo aereo colpì la Torre Sud, tutti capirono che era incominciata una guerra. Una guerra con morti e feriti, ma anche una guerra mediatica. Che continua dopo dieci anni e che il terrorismo non sembra sul punto di perdere.

11.09.11

Sono le tre del pomeriggio. Sto scrivendo, ancora una volta un pezzo sulla televisione pubblica in Italia. Ma squilla il telefono. Sobbalzo. Anche dieci anni fa, alle tre del pomeriggio dell'11 settembre, stavo scrivendo un articolo. Ma allora rispondevo rilassato: il numero che appariva sul display del telefono annunciava una chiacchierata su questioni di diritto. O una barzelletta.

Già. A quel tempo con i miei amici c'era un grande traffico di barzellette. Via e-mail. Ma quelle più forti arrivavano per telefono.

«Un aereo ha colpito le torri gemelle di New York».
«Mbe?».
«Ti dico che un aereo ha colpito le Twin Towers».
«Ho capito. Come continua?»
«E' vero, c...o, accendi la televisione!».

La voce dell'amico è alterata. Le barzellette le racconta bene. Mi giro verso il televisore, l'enorme CRT che ha finito da tempo la sua carriera in una discarica per rifiuti speciali. Lo accendo. Dopo un po' appare un'immagine piena di sabbia (qui i canali Rai si vedevano male ai tempi dell'analogico; ora, grazie al digitale, non si vede più nulla). Ecco le Twin Towers con un gran pennacchio di fumo.

«E' una fiction? Potrebbe essere uno scherzo come quello di Orson Wells con l'invasione dei marziani»
«No, è vero. E sembra che l'aereo ci sia andato contro apposta.
«Ma va! Che aereo?»

Penso a un piccolo apparecchio, di quelli che svolazzano in continuazione sulla Grande Mela. Forse pilotato da un pazzo. Se è stato un aereo militare, la faccenda è più grave. Potrebbe essere un attentato. Intanto osservo con attenzione ogni scena, cercando di capire se c'è qualche trucco.

«Pare che sia stato un aereo di linea».
«Allora potrebbe essere un incidente».
«Pare di no».
«Ci deve essere un mucchio di gente intrappolata agli ultimi piani. Forse potrebbero evacuarli con gli elicotteri. Ma non ce n'è neanche uno intorno ai grattacieli. Non è strano?»

Passano i minuti e non riesco a capire il senso di quello che vedo. Intanto cerchiamo notizie sull'internet.
«Sembra tutto bloccato. Ah, ecco, il sito del NYT...»
In quel momento il secondo aereo colpisce l'altra torre. Tutti i miei dubbi svaniscono: allora è una guerra. La guerra. In diretta TV.

Oggi, dieci anni dopo, la telefonata è tranquilla. Niente nuove tragedie. Solo «Ti ricordi, giusto dieci anni fa...». Parliamo della guerra che è incominciata allora. E non è finita. Non solo perché si combatte ancora in Afghanistan. Ma perché lo scopo dei terroristi è seminare il terrore. E noi siamo terrorizzati: da dieci anni vincono loro.

Partire con un aereo è diventato un supplizio di controlli. Non posso più nemmeno portare il mio coltellino svizzero. All'aeroporto di Bruxelles mi sono dovuto quasi spogliare per passare nel metal detector. Poi hanno frugato nella valigia e mi hanno sequestrato tre confezioni di formaggi pregiati. Formaggi, capisci? Potrebbero essere esplosivi. Uno, uno con la mia faccia, che parte da Bruxelles per tornare a Roma, può essere un terrorista. Bisogna partire nudi, quasi letteralmente. Telecamere dappertutto. Scoppiano rivoluzioni e l'incubo è che ci siano dietro - o ne approfittino - gli islamisti.

Forse ci sono terroristi mescolati tra i migranti che sbarcano a Lampedusa. E sotto casa, guarda quel tipo: ha i tratti mediorentali e quello zainetto... Non è che sta per farsi esplodere? Dieci anni di guerra in Afghanistan, centinaia di morti da una parte, forse migliaia dall'altra.
Tutto è sotto controllo. La nostra posta elettronica, le nostre telefonate. Le cose che scriviamo sui nostri siti e sui social network.

Forse tutto questo è servito a evitare altre azioni in grande stile come quella di dieci anni fa. Forse. Ma ci ha tolto tante certezze. Non siamo mai sicuri di essere soli. Abbiamo sempre la sensazione di essere spiati.
Nei giorni dopo la tragedia discutemmo se fosse stata migliore l'informazione sull'internet o quella della televisione. Concludemmo che aveva vinto la televisione. Oggi web e televisione sono quasi una cosa sola. Sul web ci sono le TV e le TV attingono al web, ai social network, ai canali satellitari di tutto il mondo. Si chiama "informazione cross-mediale".

Dieci anni fa i blog e Wikipedia erano agli esordi. YouTube non esisteva neanche come progetto. Nemmeno Twitter. Se i fatti del 2001 accadessero oggi, avremmo una enorme quantità di testimonianze in diretta. O forse si bloccherebbe tutto per eccesso di traffico e ci resterebbe solo la televisione? Non possiamo saperlo e speriamo di non doverlo sapere.

In queste ore tutti i media ci fanno rivivere quei momenti drammatici. Ma non è la celebrazione di una ricorrenza, perché le notizie delle guerra al terrorismo non si sono fermate un solo giorno, da dieci anni. Gli attentati di Madrid. Poi altri, in tanti luoghi. Terroristi suicidi. I "nostri ragazzi" che muoiono tra le montagne dell'Afghanistan. E prima erano morti in Iraq. Manca solo che tra le sezioni dei giornali ce ne sia una intitolata "Guerra". Come "Interni", "Esteri", "Cronaca".

A quest'ora le torri erano andate giù. Si sapeva abbastanza degli altri due aerei, quello che aveva colpito il Pentagono e quello caduto in Pennsylvania. Le dimensioni della tragedia erano chiare. Si aveva già la sensazione che quelle colonne di fumo, quella polvere, quelle migliaia di morti, avrebbero cambiato le nostre vite.
Che sarebbe incominciata una guerra mediatica. Una guerra che il terrorismo ha vinto, fino a oggi. Attraverso le cronache dei giornali, del web e delle televisioni. Perché continua a essere vivo il terrore.

Rileggo alcune delle cose scritte dieci anni fa. Questa volta non sono "effetti speciali". Con la scusa di combattere il terrorismo. Sciacalli, sciocchi e sciagurati. E altre pagine, su tanti siti. Che da dieci anni sono ancora lì a tenere vivi i ricordi. Se mai ce ne fosse bisogno. Non è come sfogliare una collezione di giornali. Non ci sono "numeri arretrati", carte ingiallite, articoli recuperati dall'archivio. Tutte le pagine sono rimaste al loro posto. Identiche a quelle di oggi.
L'internet confonde presente e memoria. Forse anche per questo lo smarrimento è lo stesso. Dieci anni dopo.

Da quella volta non ci telefoniamo più per raccontarci barzellette. Ci hai fatto caso, amico mio?

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