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Sistema informazione

Atti giudiziari e intercettazioni: censura in vista

19.06.07
E' triste che in un paese democratico come il nostro si debba continuare a parlare di censura sull'informazione. Ma le reazioni del Palazzo alle recenti pubblicazioni di intercettazioni telefoniche indicano la tendenza a un pericoloso "giro di vite".
 
Il quadro che negli ultimi tempi emerge dalle prime pagine dei giornali è desolante. Gli intrecci perversi tra affari e politica emergono con evidenza e aumentano la distanza tra gli elettori e il Palazzo. Il Palazzo reagisce a modo suo: veleni, spazzatura, vulnus democratico, complotto e chi più ne ha più ne metta. E si prepara a inasprire le norme sui divieti di pubblicazione di atti giudiziari. E' vero che in qualche caso l'informazione esagera, sbattendo in prima pagina mostri che mostri non sono e violando la privacy anche di persone non direttamente coinvolte nelle indagini. E per questi comportamenti ci sono già opportune sanzioni.
Ma dal Palazzo giungono sempre più forti le proposte di allargare i divieti e inasprire le pene. Nel testo del disegno di legge 1512, all'esame del Senato, aleggia un insistente olezzo di censura.

Non a caso il disegno di legge S1512 è stato approvato dalla Camera con singolare accordo tra maggioranza e opposizione: basta con queste ingerenze dell'informazione negli affari del Palazzo! Ora si vorrebbe farlo passare tale e quale al Senato, con la solita scusa dell'urgenza, nonostante le riserve che qualche parlamentare ha timidamente sollevato. 
Ma il problema non dovrebbe essere il bavaglio all'informazione. Si dovrebbe incidere sull'ambiente che è oggetto dell'informazione. Perché il malaffare è nei fatti e non nella cronaca dei fatti.

L'informazione in Italia ha molti difetti, il primo dei quali è forse una strisciante autocensura. Ma ci sono campi nei quali i giornalisti svolgono il loro compito di cercare "la verità", di informare, di non rendersi complici di una classe di eletti che sembra sempre più dedita a curare gli interessi propri invece di quelli degli elettori.
E' vero che in molti casi certe rivelazioni non sono dettate dal diritto-dovere di cronaca, ma nascondono pesanti retroscena politici. Altre volte sembra che siano costruite a tavolino per nuocere all'avversario di turno. Insomma, rientrano a buon diritto nella categoria dei "veleni".

Le reazioni, scomposte, dell'una o dell'altra parte sono sempre le stesse, sia che le rivelazioni siano autentiche, sia che si tratti di vera spazzatura (perché far passare la verità per spazzatura è la più elementare forma di difesa). Ma alla lunga i fatti emergono - emergeranno - in tutta la loro evidenza e si capirà chi ha truccato il gioco.
Resta, in ogni caso, l'importanza della libertà di informazione. E' meglio un'informazione in cui si mescolano il vero e il falso, la rivelazione e il tentativo di calunnia, la cronaca e il veleno, che nessuna informazione.

Tangentopoli, quindici anni fa, ha cambiato il corso della storia italiana. E lo ha cambiato, nel bene e nel male, perché l'informazione ne ha dato puntualmente conto. Ora, con le norme che si vogliono far passare, non sarebbe più lecite cronache giudiziarie come quelle che hanno rivelato il malaffare della cosiddetta "prima repubblica". Gli italiani non sarebbero informati, se non anni e anni dopo i fatti e i processi, quando l'interesse a conoscere i fatti avrebbe più che altro un interesse storico.

In tutto questo il silenzio dell'organismo che dovrebbe tutelare la libertà e l'indipendenza dei giornalisti è, come si suol dire, assordante.

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